- NOVITA' -

6 gennaio 2012

Uno spunto per riflettere e discutere ...

di Loretana Angelici
"Tutti coloro che mi davano consigli
sono più pazzi ogni giorno
fortunatamente non gli feci caso
e se ne andarono in altre città,
dove vivono tutti insieme
scambiandosi cappelli"

P.Neruda  - Partenogenesi

Facendo seguito all’intervento “Dare soluzioni o restituire potere e responsabilità alle donne?” vorrei discutere sulla pratica del “portare”.
Mi piacerebbe che noi che lavoriamo nei consultori provassimo a confrontarci attraverso il nostro Blog per poter capire meglio la portata dei nostri interventi, le loro conseguenze, la nostra funzione nel “sostenere” la genitorialità.



E’ molto interessante e qualche volta anche divertente scoprire come alcuni comportamento relativi all’accudimento dei bambini possano essere stati prima fortemente raccomandati e poi quasi demonizzati nei manuali degli “esperti”, ma anche a livello “popolare”.
Vorrei rifletter proprio su uno di questi ambiti: quello che riguarda i modi utilizzati per “portare” il bambino quando è molto piccolo.
Tutta una serie di mammiferi vivono per un certo periodo con i propri cuccioli in vario modo “attaccati” al proprio corpo. E le madri e i padri della specie umana?

Le pratiche di accudimento dei bambini, come inevitabile, hanno subito profondi cambiamenti sia nelle varie epoche storiche che nelle varie culture. Attualmente coesistono modi molto diversi di “portare” il bambino.
Le culture occidentali, in genere utilizzano tutta una serie di oggetti che “mettono distanza” fra il corpo dell’adulto e quello del bambino (carrozzine e passeggini dall’aspetto sempre più tecnologico, affinché garantiscano una perfetta resa su tutti i tipi di superfici).
Nel resto del mondo, più vasto ma meno egemone, gli adulti che si prendono cura del bambino lo portano sul proprio corpo in vario modo, con le braccia, strumenti perfetti e di grande duttibilità, con stoffe, tipo grandi teli, o con oggetti più “costruiti” e più strutturati. In genere sono oggetti semplici, pratici, che permettono agli adulti di “indossare” il bambino mentre fanno altri lavori, spesso anche molto pesanti.
Da alcuni anni tali “oggetti” e il loro relativo uso si è andato diffondendo anche nel nostro paese: è come se avessimo fatto un giro a 360° che ci ha riavvicinato al punto di partenza.
Ma come sta avvenendo tutto ciò? In che modo e con quale senso?
In commercio, per portare il bambino, si trovano marsupi, zaini, vari tipi di “fasce” di tessuti, lunghezze, larghezze, colori e costi diversi, tutti oggetti corredati magari anche da un libretto o DVD di spiegazione per l’uso. Siti, manuali, associazioni, esperti che promuovono tali oggetti ne descrivono le meraviglie e si offrono per insegnarne l’uso.
Sembrerebbe che per la nostra cultura questa sia una nuova competenza da acquisire. Sarebbe interessante approfondire inoltre quali siano le aspettative delle persone.
Mi pare tuttavia di capire che l’oggetto scelto per il “portare” si sommi agli altri, alla carrozzina, al passeggino, quasi mai li sostituisce. Si acquistano vari oggetti per il “portare” fino a possederne, in alcuni casi, un intero campionario.
Trovo pericoloso partecipare anche noi con il nostro intervento alla “fiera”, ai consigli per gli acquisti, complicare quello che per altri è un gesto semplice.
C’è un bambino, deve ancora acquisire le competenze necessarie per essere autonomo: lo si porta con sé, in modo diverso a seconda delle caratteristiche ambientali e sociali, culturali etc.
Il nostro compito dovrebbe essere quello di aiutare le persone nello scegliere, nel ragionare sul senso e sulle possibilità di cambiamento, ancora non ipotizzate, nel rispetto di esigenze e bisogni spesso avvertiti come inconciliabili.
Potremmo provare a partire proprio dal bambino e dai suoi bisogni: per evitare di svuotare di senso modalità preziose di accudimento, ideologizzandole, non tenendo conto che quello che gira loro intorno rappresenta un nuovo mercato e per qualcuno una nuova fonte di guadagno.


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